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Giuseppe Mazzanti
Eresia e delitto
Casa editrice Pendragon




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Viterbo, anno del Signore 1113. Irnerio, il maestro tedesco celebre per aver fatto di Bologna uno dei centri culturali più importanti dell’Occidente, e il giovane monaco cistercense Bernardo di Clairvaux vengono convocati nel palazzo papale. Pasquale II ha deciso di affidarsi a loro per una questione della massima importanza. Qualcuno ha avuto l’ardire di affiggere alla porta della chiesa di San Giacomo un manifesto in dieci tesi in cui si negano la natura divina di Cristo, l’origine soprannaturale della Chiesa e la legittimità delle due autorità che governano il mondo: il sommo pontefice e l’imperatore. Sono parole dal potenziale devastante: la Chiesa si trova all’angolo, costretta sulla difensiva da un nemico dalle fattezze sconosciute. Qual è il significato dell’iscrizione, apparentemente incomprensibile, apposta in calce al manifesto? Si tratta forse della chiave per la soluzione del caso? Questi e numerosi altri interrogativi saranno sciolti nell’inatteso, sconvolgente finale. Forte delle profonde conoscenze derivategli dai suoi studi sul Medioevo, Giuseppe Mazzanti si diverte a rimescolare come in un gioco di carte fatti, personaggi e luoghi della storia, in un affascinante intreccio di fantasia e verità storica che non mancherà di appassionare i lettori

Giuseppe Mazzanti, nato a Imola (Bo) il 7 agosto 1972, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia romanza e Cultura medievale presso l’Università degli Studi di Bologna. Attualmente è assegnista presso il Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell’ateneo bolognese e ha all’attivo numerose pubblicazioni e partecipazioni a importanti convegni internazionali. È inoltre socio dell’Associazione per Imola Storico Artistica e membro dell’Istituto per la Storia dell’Università di Bologna; collabora con il Dizionario Biografico degli Italiani





INTERVISTA VIA E-MAIL A GIUSEPPE MAZZANTI, LUNEDI’ 16 OTTOBRE 2006 (a cura di Luca Balduzzi)



Leggendo la tua biografia si scopre che la storia medioevale è sempre stata al centro dei tuoi interessi e delle tue pubblicazioni, prima di tutto in qualità di studioso...

È vero. La mia passione per la storia medievale risale agli anni del Liceo, quando le circostanze della vita mi portarono a frequentare il prof. Andrea Padovani. In quel momento presi coscienza di quel che davvero mi portavo dentro. Poi tutto il resto, dalla laurea in storia medievale alle pubblicazioni, è venuto di conseguenza



Quando hai cominciato a immaginare il tuo debutto come autore di narrativa?

In astratto una decina di anni fa. Allora pensavo che nella vecchiaia, dopo essermi dedicato per tutta la vita agli studi storico-filologici, avrei avuto tempo anche per il romanzo. In concreto nel marzo del 2002, la sera prima di discutere la tesi di dottorato. Quella sera un mio amico che fa il libraio alla Feltrinelli mi consigliò di lasciar perdere le pubblicazioni per specialisti, che richiedono molto tempo e sono lette da dieci o venti persone in tutto il mondo. E aggiunse che il romanzo storico, a suo parere, era una grande opportunità. Ovviamente non abbandonai gli studi storici, ma per il resto accettai il consiglio



Lo studioso Renzo Cremante specifica (nella prefazione al romanzo Gli stratagemmi di Satana di Riccardo Parigi e Massimo Sozzi) che il rischio di un genere come il giallo/mistery/noir di ispirazione storica è di essere anacronistico, caricaturale e troppo fantasioso...

È un rischio reale soprattutto per chi non ha una solida formazione storiografica. Per parte mia su questo piano mi sento abbastanza sicuro



Come rispondi alla classificazione di questo genere come minore all’interno della letteratura? Credi che nasca dal “pregiudizio” che troppi autori hanno fantasticato troppo su troppi argomenti?

Credo che non vi siano generi letterari che producono opere d’arte, e generi votati a una produzione dozzinale e meramente commerciale. Basti pensare a quei capolavori della narrativa ottocentesca che nacquero come romanzi d’appendice (feuilleton), e oggi li troviamo in tutte le antologie letterarie. Si giudica l’opera, non il genere



Per il successo di un romanzo di questo genere è determinante soltanto la capacità dell’autore di riuscire a presentare in maniera convincente una connessione tra misteri “dell’arte/della storia” e misteri “della religione” di cui poche volte è stata ipotizzata l’esistenza o anche solo la validità?

Ovviamente non ho la ricetta per il successo, e non scrivo neppure per avere successo. Io cerco di dare il meglio di me per comunicare al lettore quello che ho dentro: la gratificazione più grande per me è che il lettore apprezzi quel che ho progettato e costruito. Detto questo penso che sia sempre attuale l’antico detto: Habent sua fata libelli. Sì, ogni libro ha il suo destino



Dopo il successo de Il Codice da Vinci di Dan Brown, che ha dimostrato quanto anche i cattolici praticanti non nascondano ormai più la loro attenzione nei confronti degli argomenti/delle tesi “sovversivi”, sarà sempre più difficile ribadire i limiti da non superare in merito agli argomenti religiosi?

Io credo che l’unico limite sia la verità. Non ci sono argomenti tabù, ma ogni questione va affrontata liberandosi per quanto possibile dai pregiudizi e ricercando la verità. Purtroppo mi pare che molta parte della cultura odierna non si muova in questa direzione



È nata subito l’idea di rendere protagonista due personaggi storici piuttosto che di fantasia, e in particolare uno locale (Irnerio)?

Irnerio è il personaggio storico che conosco meglio (d’altra parte, sebbene abbia trascorso la gran parte della sua vita a Bologna, la sua importanza non può essere limitata all’ambito locale. Irnerio è un uomo che ha cambiato la storia della civiltà occidentale). Io e lui abbiamo un feeling particolare e non poteva che essere il protagonista del mio romanzo. Bernardo l’ho scelto perché la sua vicenda umana è assolutamente incredibile, e perché mi permetteva di rappresentare un altro medioevo rispetto a quello incarnato da Irnerio. L’uno è prete, l’altro è monaco, l’uno è l’uomo nuovo, l’altro invece ci parla di un mondo che nel XII secolo andava esaurendo la sua spinta propulsiva



Sul forum di Internetbookshop.it un lettore “confronta” il tuo romanzo con Q di Luther Blisset, Il nome della rosa di Umberto Eco e -aggiungo io- il ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti, chiedendosi se sia un caso che Bologna abbia partorito molti autori di questo genere...

Non so quali siano i rapporti personali tra i tre autori che tu citi nella domanda, né saprei dire se Blissett ed Evangelisti si possano considerare allievi di Eco. Per quel che riguarda me credo di poter dire che questa coincidenza di generi e, in senso lato, di temi, prescinde completamente dall’ubicazione geografica delle nostre abitazioni. Bologna, alla quale, credo, tutti noi siamo molto legati, in questo non c’entra








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