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Raffaella Cavalieri
Il viaggio dantesco
Casa editrice Robin




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PRESENTAZIONE A CURA DI LUCA BALDUZZI, VENERDI' 1 SETTEMBRE 2006

Su Dante Alighieri, sulla sua vita, sulla sua opera e sulle influenze che ha inevitabilmente apportato alla nostra cultura e alla nostra lingua, sembra ormai che gli studiosi abbiano ben poco da aggiungere. Raffaella Cavalieri però si è interrogata sugli aspetti inesplorati dell’influenza di un autore che ha affascinato lettori di ogni epoca riscoprendo un aspetto inusuale del poeta fiorentino: la dantomania dei viaggiatori dell’Ottocento, ovvero ripercorrere i luoghi in cui Dante e i personaggi della Commedia hanno vissuto. Infatti, accanto al tradizionale Grand Tour che molti giovani intraprendevano nel nostro paese, si affianca il viaggio intrapreso da alcuni scrittori che hanno voluto seguire le orme di Dante, vedere e scoprire se ancora esistevano i luoghi, le città o solo dei semplici paesaggi che Dante aveva percorso, visto e in cui aveva risieduto

Raffaella Cavalieri, in particolare, ha voluto ripercorrere il viaggio di alcuni importanti scrittori tra cui Jean-Jacque Ampère (autore di Voyage dantesque), Alfred Bassermann (autore del saggio Dantes Spuren in Italien) e Ella Noyes (autrice di The Casentino and its Story). Abilmente, e con una scrittura che non scende mai nell’accademico ma rispecchia le suggestioni che vengono raccolte in questi diari di viaggio, Raffaella Cavalieri traccia un fil rouge che ripercorre, attraverso suggestive e poetiche citazioni i luoghi che questi tre scrittori del passato ci hanno lasciato, un immaginifico viaggio nell’Italia dei primi anni dell’Ottocento. Dai loro viaggi Ampère, Bassermann e in particolare l’inglese Ella Noyes hanno riportato non solo emozioni, ma anche acqueforti, schizzi a matita, stampe dei paesaggi dell’Italia di allora; immagini che la Cavalieri ha ricercato e inserito in questo suo saggio affinché anche il lettore moderno possa rivivere visivamente questi viaggi alla riscoperta delle fondamenta della nostra cultura





INTERVISTA VIA E-MAIL A RAFFAELLA CAVALIERI, LUNEDI' 20 NOVEMBRE 2006 (a cura di Luca Balduzzi)



Perché la letteratura di viaggio ha affascinato da sempre e continua ad affascinare gli autori della letteratura internazionale di tutte le epoche?

Viaggiare ha sempre implicato scoprire nuovi mondi, confrontarsi con nuove culture, usi e costumi, lingue e luoghi. Da quando esistono gli scrittori hanno sempre viaggiato ed i viaggiatori hanno sempre scritto. Mi viene in mente una bell’immagine di Jacques Meunier che dice: se cercassimo di dividere in due un viaggiatore-scrittore, non ci troveremo da una parte uno scrittore e dall’altra un viaggiatore, ma due esatte metà dello stesso. Un viaggio, perché possa essere apprezzato deve essere raccontato, ed il suo racconto, da millenni, affascina il lettore-immobile che, attraverso la lettura di testi di viaggio, può fuggire alla noia, alla quotidianità, può raggiungere e conoscere luoghi che sembravano lontani. La letteratura di viaggio infatti, così come la traduzione, permette di avvicinarci e talvolta di appropriarci di un mondo apparentemente lontano e diverso, si pone come mezzo per invitare al viaggio, e questo incuriosisce, affascina

Da quando, alla fine del quattordicesimo secolo, viene legittimata la curiositas, il viaggio stesso ed i suoi scopi subiscono un mutamento: non si incontrano più, lungo il cammino, mercanti, pellegrini o soldati, ma anche quel viaggiatore spinto da ciò che Petrarca definì “desiderio innato di vedere luoghi nuovi, di continuare a cambiare casa”. Lo stesso Petrarca è infatti da considerarsi uno dei primi viaggiatori moderni, che anticipa di circa due secoli l’idea di viaggio di Montaigne: partire lasciando a casa tutto ciò che ci appartiene, tutto ciò che conosciamo, per aprirci alla novità, per esser pronti a “sfregare il proprio cervello contro quello altrui”. Il viaggio avrà sempre un senso ed eserciterà sempre un certo fascino, soprattutto se al ritorno esso implicherà l’essere raccontato, descritto, o anche reinventato rileggendo i luoghi attraverso lo sguardo rinnovato dei nostri tempi. Ogni viaggio è un racconto destinato alla rilettura, ed ogni nuova lettura di un testo, dà vita ad una nuova immagine, quella soggettiva dell’io che legge



C’è stata un’evoluzione nel modo in cui la letteratura di viaggio è stata considerata attraverso i secoli?

Sì, c’è stata un’evoluzione sia nella letteratura di viaggio che nel modo di considerare questo genere. Se si escludono i primi récits de pelerins, le relazioni di mercanti o diplomatici, attori di compagnie erranti o soldati mercenari, non resta che la figura del viaggiatore per passione, colui che si muove per soddisfare la propria curiosità, la propria sete di conoscenza. Sin dal XVI secolo, accanto al “viaggio d’istruzione” che i figli di nobili e borghesi, accompagnati dai loro tutori, intraprendevano affacciandosi sulle principali capitali culturali ed artistiche d’Europa, vennero ridefinite le caratteristiche del viaggiatore che non raccontava più storie incredibili e favolose, ma cercava di scoprire e correggere gli errori di quanto precedentemente detto, ammettendo i limiti del proprio punto di vista e della propria esperienza. Il viaggiatore-scienziato aveva un ruolo ben determinato: spettava a lui dare un nome alle cose, selezionarle a seconda della specie, descrivere la realtà

A partire dal Seicento, di conseguenza, cambiò anche la struttura del racconto di viaggio che divenne la base e la fonte delle scienze sociali e naturali: «Il viaggiare per i giovani fa parte dell’educazione, per gli adulti dell’esperienza. Chi va in un paese straniero senza una qualche conoscenza della lingua vada prima a scuola e non in viaggio. Approvo in pieno che i giovani viaggino sotto la guida di un tutore o di un domestico serio, purché questi sappia la lingua del paese e vi sia già stato, così che possa indicare loro quali cose che siano da vedere nei paesi in cui viaggiano, quali persone debbano conoscere, quali studi o quale cultura il nuovo possa offrire, altrimenti questi andranno con gli occhi bendati e osserveranno ben poco. […] Si introduca perciò l’uso dei diari. E’ opportuno vedere ed osservare le corti dei principi, specie quando ricevono gli ambasciatori, le corti di giustizia, allorché si riuniscono per esaminare le cause, così come pure i concistori. Sono da vedere ed esaminare le chiese e i monasteri con le vestigia ancora esistenti, le mura e le fortificazioni di grandi e piccole città, come pure le insenature ed i porti, le antichità e le rovine, le biblioteche, i collegi e, quando ce ne siano, porgere ascolto a dibattiti e conferenze». Così, nel 1597, Francis Bacon, nel suo saggio Of Travel, detta quelle che saranno le prescrizioni per il viaggiatore valide per circa due secoli e che costituiranno l’ossatura delle prime guide per i forestieri e delle innumerevoli relazioni di viaggio

In questo processo evolutivo la stampa ebbe un ruolo fondamentale: agevolò il compito di distinguere il noto dall’ignoto e assicurò una tradizione letteraria. L’importanza del viaggio e del racconto di viaggio risiedeva nell’aggiungere un qualcosa alle conoscenze fino allora ricevute e quando i mezzi di trasporto e le comunicazioni raggiunsero livelli tali da poter conoscere ogni regione del mondo ed il viaggio divenne un fenomeno di massa, lo spirito del viaggiatore ha iniziato a tentare di svincolarsi dall’omogeneizzazione dei luoghi, reinterpretandoli ed offrendone nuove letture. La scrittura di viaggio, come genere, ha sempre avuto valutazioni differenziate, essendo vista da alcuni come “frivola”, da altri come “moralmente pericolosa”

Ma il genere ha dimostrato di essere immune a tutto ciò, ed è divenuta una delle forme di letteratura più popolari e più lette. Soprattutto nel XIX secolo nonostante la crescita del turismo e lo sviluppo dell’industria dei trasporti abbiano segnato il declino del viaggiatore come avventuriero moderno, la scrittura di viaggio ha continuato a fiorire, creando nuove frontiere ma soprattutto nuovi modi di vedere luoghi ormai noti, acquistando sempre maggiore prestigio, e destando sempre maggiore interesse negli studi di critica letteraria e nel cuore di numerosi lettori. Si pensi che nei primi manuali di letterature comparate il genere della letteratura di viaggio veniva confinato in un capitolo intitolato “i mediatori culturali” insieme alla traduzione. Oggi si diffondono sempre più i cultural studies, i translation studies e la travel literature sta assumendo sempre più una propria autonomia ed una propria importanza anche in ambito universitario.

Ha ancora senso parlare di letteratura di viaggio nell’età contemporanea, un’epoca in cui il mondo (sembra) ormai completamente scoperto e conosciuto?

Beh, questa è una domanda che si pongono gli stessi studiosi della materia e che si sono posti gli autori di un volume, uscito nel 2005 presso PUPS della Sorbonne, dal titolo Récits du dernier siècle des voyages. De Victor Segalen à Nicolas Bouvier. In questo volume Olivier Hambursin, presentando una serie di saggi sul tema della letteratura di viaggio contemporanea si chiedeva se il XX secolo fosse da considerarsi come “l’ultimo secolo dei viaggi”, non solo cronologicamente, ma anche e soprattutto come l’ultimo da poter essere preso in considerazione. Infatti, benché i racconti di viaggio del XIX secolo e dei secoli precedenti siano stati ampiamente studiati, sembra che il XX secolo, e quindi i viaggi del XX secolo, siano stati molto meno presi in considerazione: il ‘900 ha segnato l’inizio di una nuova epoca, caratterizzata da un grande sviluppo tecnologico e dall’introduzione di nuovi mezzi di comunicazione e percezione quali il cinema, la fotografia, la radio, l’aereo e l’automobile

Oggi non esistono più nuove frontiere da oltrepassare, nuovi luoghi da scoprire: sono stati tutti scoperti, visti e conosciuti, ogni luogo della terra è stato descritto nel racconto di uno o più viaggiatori. La critica si interessa al viaggio ed ai testi di viaggio: si parla di letteratura di viaggio, si pubblica molto sul tema, si organizzano molti colloqui ed incontri sul genere viatico, i siti internet non si contano più, ma una domanda rimane: questo genere e la pratica del viaggio, sono ancora possibili ed interessanti o il XX secolo è da considerarsi come l’ultimo secolo dei viaggi? Lucien Guissard offre una visione ottimista per quanto riguarda il futuro del genere della letteratura di viaggio: «più si percorre il pianeta, più si scrive di esso; più il mondo è piccolo e più lo si traduce in parole; più viaggiatori ci sono più sguardi ci offrono». Questo è giustissimo soprattutto se riflettiamo nuovamente sul fatto che ogni viaggio, ogni descrizione di esso è una rilettura del luogo descritto, ed ogni nuova lettura è soggetta all’interpretazione del lettore. Un paesaggio, per esistere, implica necessariamente uno sguardo, una percezione cosciente, un giudizio ed una descrizione. Il paesaggio, afferma Marc Augé, «è lo spazio descritto da un uomo ad altri uomini». Ed in questo senso la letteratura di viaggio occupa inevitabilmente un posto predominante. Sicuramente oggi la comunicazione ha raggiunto livelli sorprendenti, così come i mezzi di trasporto

Se un tempo viaggiare era sinonimo di travaglio, nel XIX secolo, al posto di “travail” è nato un nuovo termine, “tourism” e quindi “tourist” cioè “una persona che fa un viaggio di piacere”: il viaggiatore lavorava a qualcosa, il turista ricerca il piacere. L’avventura è sufficiente comprarla in agenzia. Ma non tutti i viaggiatori scrittori moderni sono dei turisti. Basti pensare a quanti autori hanno fatto la storia anche nel XX secolo: Pierre Loti, Victor Segalen, Paul Morand, André Gide, Joseph Kessel, Blaise Cendrars, Michel Leiris, Henri Michaux, Raymond Roussel, Valery Larbaud, Claude Lévi-Strauss, Michel Butor, Jean-Marie Gustave Le Clézio, Jacques Lacarrière, Jacques Réda, Nicolas Bouvier, per citare i più noti. Lo scrittore che viaggia non è un turista che scrive, ma colui che riesplora le regioni del mondo che, sebbene già “scoperte”, rimangono comunque non familiari; e che cerca di ravvivare l’interesse per i luoghi familiari, vedendoli con una prospettiva nuova.

Quando è nata la “tradizione” del viaggio dantesco? Un viaggio che non è solamente un viaggio geografico ma anche un vero e proprio studio ed approfondimento della Divina Commedia e del pensiero dantesco…

La “tradizione” del viaggio dantesco è nata nel XIX secolo, proprio quando il viaggio inizia a diventare un fenomeno di massa e lo spirito del viaggiatore cerca di svincolarsi dall’omogeneizzazione dei luoghi, estraniandosi dalle mode del crescente turismo per riscoprire e rivalutare vecchi itinerari, meno transitati e meno noti, ma sicuramente più affascinanti, o per crearne di nuovi. In questo stesso periodo si sviluppa in tutta Europa una rilettura della storia italiana, nella quale si cercavano di ritrovare gli antichi principi di stabilità del potere dello Stato italiano soprattutto nella storia delle città medievali. Se l’Ottocento è il secolo della storia, è da considerarsi anche il secolo di Dante, in quanto la Divina Commedia viene presa come la migliore fonte per lo studio della storia dell’Italia medievale. E’ allora che si sviluppa una vera e propria dantomania, e tradurre la Divina Commedia diviene una pratica piuttosto regolare. A questo punto alcuni studiosi di Dante si recano in Italia per conoscere meglio la sua opera, il mondo in cui venne creata: riprendendo una frase di Bassermann, «chi vuol intendere un poeta deve recarsi a visitarne il paese». Così nacque il viaggio dantesco, un viaggio letterario, nel tempo più che nello spazio, alla ricerca dei luoghi descritti da Dante Alighieri nella Divina Commedia, un viaggio, compiuto da viaggiatori stranieri in Italia sulle sue orme. Egli acquista in questo modo un valore particolare, non é più limitato entro i confini di uno studio scolastico delle sue opere, ma si inserisce in un contesto del tutto nuovo, quello del viaggio: in una parola Dante viene definito come un’ottima guida, una vasta enciclopedia per chi volesse seguire le sue orme in Italia e riscoprirne le origini e la storia medievale



Quali sono gli autori più importanti che si sono cimentati in un viaggio dantesco? Quali le “tappe” e gli incontri fondamentali dei loro viaggi?

Tra gli autori più importanti ci sono sicuramente Alfred Bassermann, autore di Dantes Spuren in Italien, Jean-Jacques Ampère, autore di Voyage Dantesque e Mrs. Colquhoun Grant, autrice del romanzo Through Dante’s Land, e le sorelle Ella e Dora Noyes, autrici della guida The Casentino and its Story. Sono autori che rappresentano le principali nazioni europee, nonché l’America, presi nel Viaggio dantesco. Viaggiatori dell’ottocento sulle orme di Dante a campione, per mostrare che non si trattava di un fenomeno isolato. Il primo a cimentarsi in tale viaggio fu il francese Jean-Jacques Ampère, conosciuto e citato da tutti gli altri. Il viaggio dantesco è un pellegrinaggio sull’opera di Dante, che riporta nei luoghi visitati e descritti dal Poeta. Generalmente si recarono nei luoghi da lui citati per verificarne le sue orme, il suo reale passaggio, ma non seguono lo stesso itinerario

Ampère ad esempio inizia il viaggio da Pisa, dove si ricorda uno degli episodi della Divina Commedia più conosciuto e quindi più tradotto, quello del Conte Ugolino, e passando attraverso la Toscana, l’Umbria, parte del Lazio, e del nord Italia, termina a Ravenna che raccoglie le ceneri del Poeta. Bassermann invece decide di iniziare il racconto del viaggio da Roma, centro dell’universo dantesco, spostandosi poi a Firenze, dove nacque, e passando attraverso luoghi in cui visse o in cui ambientò episodi della Divina Commedia. A differenza di Ampère, il Bassermann decide di spingersi anche nei luoghi in cui non è certo Dante abbia vissuto, ma in cui i paesaggi potrebbero aver ispirato le descrizioni della Divina Commedia, ampliando così il suo itinerario in Italia. L’americana Coulquhoun Grant decide di ambientare un romanzo attraverso le terre di Dante, ovvero tra Firenze ed il Casentino. Così le Noyes scrivono una guida del Casentino e della sua storia, dedicando un capitolo a «Dante nella valle». Il Casentino infatti è il luogo da tutti principalmente visitato e descritto, quello in cui il tempo sembra essersi fermato al medioevo, in cui i ricordi e le orme di Dante sono le più vive



Bisogna comunque sottolineare che non solo Dante Alighieri, ma anche altri autori della letteratura italiana hanno influenzato notevolmente il pensiero degli scrittori stranieri…

Sicuramente il viaggio dantesco non è l’unico viaggio letterario che si possa ricostruire in Italia, e Dante non fu quindi l’unico ad ispirare viaggiatori stranieri ad intraprendere un viaggio in Italia. A partire dall’Ottocento la critica letteraria iniziò ad interessarsi, proprio con Ampère, non solo all’opera di un autore, ma a volerne ricostruire la biografia, l’ambiente in cui visse, a ricercare i luoghi che lo ispirarono. Per questo nacquero questi pellegrinaggi letterari, con soste nelle case in cui vissero, nacquero o morirono autori famosi o meno, acquistando sempre maggiore spazio nei resoconti di viaggio e suscitando sempre maggior interesse nel viaggiatore colto

Petrarca prima di tutti viaggiò molto ed è sicuramente ricordato, insieme alla sua casa di Arquà, ed alla tomba nei diari di viaggio, come escursione fatta dagli itinerari principali. C’è anche chi ha ricostruito e ripercorso gli itinerari dei suoi viaggi tra l’Italia e la Francia. Molti furono i viaggiatori diretti in Italia con una lettera di raccomandazioni per poter incontrare Manzoni, così come molte furono le relazioni tra i nostri maggiori letterati e quelli d’oltralpe. Ma tra tutti vorrei qui ricordare il poco studiato Gabriel Faure, francese d’origine, ma amante dell’Italia più di molti altri, che dedicò decine e decine di libri al nostro paese, creando degli itinerari letterari «al paese di D’Annunzio», «alla casa del Petrarca», «sulle orme di Petrarca al Ventoso», «alla casa del Boccaccia», «alla casa del Carducci», ecc… Sicuramente meriterebbe di essere annoverato tra i maggiori viaggiatori-scrittori del XX secolo, soprattutto da parte nostra, come riconoscimento alle bellissime pagine che scrisse sull’Italia, sua seconda patria








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