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Sergio Lambiase
Terroristi brava gente
Casa editrice Marlin




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Terroristi brava gente, ovvero vita tragicomica della “meglio gioventù”, è una narrazione sul filo del paradosso che mette insieme -intingendo la penna nel vetriolo- divertimento e dramma in una riflessione spregiudicata sugli “anni di piombo”. Nel romanzo, assolutamente insolito nel panorama italiano, realtà e finzione si mescolano in un raffinato gioco letterario, tra gag irresistibili e il fumo degli spari, a restituirci un ironico, stralunato, corrosivo, ma anche umanissimo e veritiero “come eravamo”. Giovanni, Floriano, Elena, Evelina detta “Zazà”, Peppe, Catello, Gavino, Giosuè, Febo si trovano ad inseguire cose più grandi di loro: il mito della rivoluzione dietro l’angolo e della sollevazione delle masse del Sud, tra confusi sogni di gloria, velleitarismi, inadeguatezze, catastrofici errori, pasticciando con le bombe, i sequestri dei “nemici del popolo”, gli espropri “proletari”, in un tourbillon di avventure e disavventure che hanno per sfondo soprattutto Napoli e Roma. Le vicende e i “colpi di scena” che si succedono di pagina in pagina sono raccontati in prima persona da Febo, il più “inadeguato” di tutti, un vero “eroe” involontario del nostro tempo, continuamente oscillante tra la voglia di strafare (il dinamitardo, l’apprendista stregone, il rivoluzionario senza macchia né paura) e le tentazioni dell’amore (per Elena, per “Zazà”), che lo distolgono ogni volta dagli obblighi della “vigilanza” rivoluzionaria trascinandolo tra le lenzuola sia pure con la pistola sotto il cuscino

Sergio Lambiase vive e lavora a Napoli, dove alterna l’impegno di scrittore a quello di giornalista e di autore-sceneggiatore per la radio e la televisione. Ha scritto Napoli 1940-1945 (Longanesi, 1978, con G.B. Nazzaro), Marinetti e i futuristi (Garzanti, 1979, con G.B. Nazzaro), Capri 1905-1940 (Feltrinelli, 1983 e 1993, con L. Vergine ed E. Fermani), Memorie di una guida turistica (Edizioni e/o, 1992), CGDCT-Come giustamente diceva il compagno Togliatti (Edizioni e/o, 1997), Napoletani (Sonda, 2001), L’odore della guerra. Napoli 1940-45 (Avagliano, 2002, con G.B. Nazzaro), Allegri suicidi (Avagliano, 2003). Sta curando la Storia fotografica di Roma (Intramoenia, otto volumi 2003-2006)





INTERVISTA VIA E-MAIL A SERGIO LAMBIASE, MARTEDI' 9 MAGGIO 2006 (a cura di Luca Balduzzi)



Il titolo potrebbe suggerire un romanzo sul terrorismo attuale, ma in realtà si focalizza sulla Napoli degli Anni di piombo. Sarebbe stato scontato/banale raccontare del terrorismo di oggi? E se sì, vedeva un “valore aggiunto” nel raccontare il terrorismo italiano del passato?

Qual è il “terrorismo attuale” a cui lei fa cenno? Quello mediorientale del kamikaze o quello del ritorno di fiamma dei brigatisi (delitti D’Antona e Biagi)? Se si parla del secondo ho sempre escluso la necessità – narrativa, soprattutto – di rapportarmi al terrorismo italiano dei nostri giorni, a differenza di altri romanzi sullo stesso tema usciti in questi mesi (Costa, Arpaia, eccetera). Mi piace raccontare guardando al passato e interponendo distanza tra me e la materia da raccontare…



Del libro colpisce, ancora a partire dal titolo, l’occhio disincantato e addirittura irridente con cui si occupa dell’argomento, che si capisce essere legato alla caratterizzazione tragicomica dei protagonisti…

Ho sempre cercato di usare l’arma dell’ironia nei miei libri di narrativa, sin dai titoli (Memorie di una guida turistica, CGDCT, Allegri suicidi), spesso giocati su una forma di paradosso e di ossimoro evidente (vedi Allegri suicidi). Anche Terroristi brava gente si muove, almeno nel titolo, su questo orizzonte. Nel libro ho raccontato le peripezie dei GAM (Gruppi Armati Meridionali), ma non è stato facile fare dell’ironia sul terrorismo parlando nel contempo di uccisioni, rapimenti, deflagrazioni, reclusioni e così via. Certo, i miei “eroi” sono degli approssimativi apprendisti-stregoni, che si muovono tra conati rivoluzionari e furie ideologiche e come tali li tratto; nello stesso tempo ho cercato di non scadere mai nella farsa… Il libro è in parte ispirato alle vicende dei NAP (i Nuclei Armati Proletari) che agirono tra il 1974 e il 1976 tra Napoli e Roma. I militanti dei NAP erano tutti giovanissimi, molti sono morti (inneschi sbagliati, tentativi di rapimento o di assalto a banche finiti nel sangue eccetera), altri sono finiti in carcere condannati a lunghe detenzioni. Nel libro ridicolizzo le loro pretese di lotta, ma non la loro fine tragica (sulla morte non si scherza)… L’ironia è per me anche una forma di giudizio sulla realtà, di riflessione (sia pure disincantata) su ciò che è accaduto negli anni di piombo, nel Sud come al Nord. La napoletanità qui non c’entra, i protagonisti del libro non li faccio più simpatici perché nati sulle rive del Golfo… Napoli non è città meno dura e arcigna delle altre, anzi…




Su un blog (http://www.feltrinelli.it/BlogItem?item_id=1093) un lettore si chiede se lei faccia del terrorismo ciò che la regista Roberta Torre ha fatto della mafia nel film Tano da morire… lasciando perdere il film (pessimo), credo che la sua domanda sia “si può ridere del terrorismo?"

La risposta in parte l’ho già data prima. Si può “ridere” di tutto, o quasi di tutto, ma senza scadere nella volgarità, cioè nell’ovvio, nel risaputo, nella farsa appunto. Il mio non è un libro comico, anche se sfiora la comicità e qualche volta può indurre al riso (il tentativo di rapina dell’oculista, la visita dei cambogiani a Napoli eccetera). In ogni caso mi ha lasciato di stucco un accostamento tra il mio libro e il film di Roberta Torre che pure ho apprezzato!



L’ignoranza e la poca preparazione politica e sociale dei protagonisti assomiglia a quella di tanti studenti che escono dai licei senza conoscere la storia e la politica contemporanee, perché i programmi non arrivano a parlarne o lo fanno in maniera superficiale alla fine dell’ultimo anno, e che all’università si lasciano trascinare senza consapevolezza e partecipazione dalla realtà più “impegnata” delle liste, delle proteste di piazza… secondo lei cosa dovrebbe cambiare?

Io racconto gli anni Settanta, dove l’ideologismo, il settarismo, insieme all’ignoranza della complessità del reale, debordavano continuamente mettendo a tacere la ragione. Oggi c’è meno settarismo (e più edonismo magari) ma ancora più ignoranza del mondo che ci circonda. Leggere, approfondire, confrontarsi con gli altri (magari a scuola, senza guardare troppo il telefonino)



Perché secondo lei le critiche ad una determinata situazione politica o sociale, e allo stesso modo le richieste di cambiamento, arrivano a concretizzarsi più facilmente in gesti violenti e plateali piuttosto che attraverso il confronto e il dialogo?

La scorciatoia rivoluzionaria, con un’avanguardia di lotta vera o presunta che decide per tutti, è stata sempre una tentazione. Fa parte dell’infantilismo della politica. Fin dai tempi della Congiura degli Uguali di Babeuf che io citato nell’esergo








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