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Giuseppe Scaraffia
Sorridi, Gioconda!
Casa editrice Mondadori




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Parigi, 22 agosto 1911. Sono le 12.20 di una sonnacchiosa giornata estiva quando al comando di polizia del Quai des Orfèvres squilla il telefono. All'altro capo del filo c'è, allarmatissimo, il direttore del Louvre, con una notizia sconvolgente: hanno rubato la Gioconda! Le indagini, affidate al commissario Bianchon, portano presto nel cuore della Parigi bohémienne e cosmopolita, tra pittori e poeti giovani e squattrinati, dediti all'alcol, alle droghe, al sesso e all'arte. Si chiamano Picasso, Apollinaire, Modigliani, Chagall. Sono stati loro, in un gesto di rivolta contro il passato, a rubare la Gioconda? O è stato quell'ambiguo poeta-aviatore italiano, il Vate lo chiamano, ansioso di restituire alla patria il capolavoro di Leonardo? O forse c'è una terza soluzione nascosta tra le soffitte e le cantine più luride e polverose di Parigi? L'intera città è protagonista di questo giallo intrigante, in cui gli indiziati sono i maggiori artisti del primo Novecento e il vero capo d'accusa non è un furto ma un omicidio: perché, in realtà, il mistero su cui indaga Giuseppe Scaraffia altro non è che la morte dell'arte

Giuseppe Scaraffia, francesista, insegna all'Università di Roma La Sapienza dal 1976. Collabora al supplemento letterario del Sole 24 Ore, al Foglio, a Panorama. Ha scritto numerosi libri, soprattutto saggi di letteratura, e ha curato l'edizione italiana di opere di P. Mérimée, M. Proust, Stendhal, Diderot, Ch. P. Duclos, G. de Maupassant, Oscar Wilde. Tra i suoi ultimi libri Gli ultimi dandies (2002), Scrivere è un trucco del cuore (2003) e Sorridi, Gioconda! (2005)





INTERVISTA A GIUSEPPE SCARAFFIA, VENERDI' 17 FEBBRAIO 2006 (a cura di Luca Balduzzi)

Partiamo dal titolo: se il furto al Louvre del 22 agosto del 1911 si fosse svolto secondo i piani di Vincenzo Peruggia, il libro si sarebbe potuto intitolare Sorridi, bella giardiniera!...

Sì, quel 22 agosto del 1911 l’imbianchino Vincenzo Peruggia che passò alla storia come il ladro della Gioconda, si accorse solo all’ultimo momento che la Bella Giardiniera di Veronese che intendeva trafugare era troppo grande per restare nascosta sotto la sua blusa da lavorante



Da dove è venuta l’idea di presentare il libro come un giallo sull'omicidio dell'arte?

Molto spesso un libro nasce da una costola o, meglio ancora, da un ossicino di un altro libro. Mi stavo divertendo a scoprire su varie biografie di Picasso quanto fosse cattivo con le donne. Solo con la prima, Fernande Olivier, sembrava fosse stato meno perfido, o almeno meno sicuro di sé. Infatti era geloso al punto da non farla uscire di casa e fare personalmente la spesa per evitarle qualsiasi contatto con l’esterno. Naturalmente Fernande, un’imponente bellezza che posava per i pittori, era riuscita lo stesso a tradirlo ed era stata lei a lasciarlo, anche se lui ormai aveva un’altra relazione. Dunque, mentre mi immergevo nei bassifondi del cuore picassiano, ho incontrato un episodio di cui avevo un lontano ricordo, anzi un’immagine. Inoltre, quando ero piccolo mi piaceva guardare le copertine della “Domenica del Corriere” in cui i fatti di cronaca assumevano immediatamente un risalto drammatico. In un mucchio di vecchi giornali che sapevano d’umidità ne avevo trovato uno del 1911 con l’immagine di due tizi in camice da lavoro che staccavano la Gioconda da una parete. Avevo un confuso ricordo del furto della Gioconda. Non sapevo però che Apollinaire e Picasso, i due padri dell’arte moderna, fossero stati coinvolti al punto da finire l’uno in carcere e l’altro sotto processo. Certo erano stati assolti, ma Picasso si era, come al solito, comportato male. Nel timore di essere espulso dalla Francia, aveva negato di conoscere Apollinaire, che, pur essendo terrorizzato durante gli interrogatori, non lo aveva coinvolto. Incuriosito avevo cominciato a spulciare lettere e memorie, giornali del tempo e atti processuali



La storia si potrebbe dividere in due parti -l’indagine del commissario Bianchon e le “indagini soggettive” di tutti quei personaggi storici che si sentono coinvolti nella vicenda- ma nessuna è inscindibile dall’altra se si vuole cercare una risposta alle tante domande che la vicenda solleva…

Il commissario, nella sua ingenuità e nella sua impreparazione all’arte moderna incarna il pubblico di massa. Quella stessa massa che diventerà un’estimatrice di Ricasso



Succede però che certe risposte rimangano (volutamente?) ambigue… è giusto dire che tutti -o almeno la maggioranza- degli scrittori che si sono voluti cimentare in racconti o romanzi sui grandi misteri della storia hanno trovato l’ispirazione iniziale in questa ambiguità?

L’ambiguità, checchè se ne pensi, è un grande elemento di fascino, perché lascia aperte diverse porte, chiama il lettore in prima persona a azzardare una soluzione



Parlando più strettamente del “mistero Gioconda”, dal libro emergono quali possono essere le caratteristiche del dipinto di Leonardo che più hanno affascinato e continuano ad affascinare sia gli studiosi d’arte che i tantissimi semplici curiosi/turisti in visita al Museo del Louvre…

Qui torniamo all’ l’enigmaticità. I dubbi che la Gioconda legittimamente scatena -Sorride o non sorride? È un uomo o una donna?- permettono di esprimere liberamente un imbarazzante aspetto della grande arte del passato. Il fatto cioè che, malgrado la sua bellezza, sia sempre meno comprensibile. Nel caso della Gioconda quest’incomprensibilità viene invece trasformata in pregio, anzi nel suo pregio principale, in quello cioè che la rende unica



Nella lista dei sospettati per il furto trova un posto anche il nostro Gabriele D’Annunzio, considerando come movente il desiderio di riportare a casa un capolavoro dell’arte italiana … come mai secondo lei una richiesta del genere non è mai stata molto considerata dal nostro paese? (Pensando a D’Annunzio mi è venuto da pensare al fascismo, che pure ha pensato di portare in Italia un “trofeo” come l’obelisco di Axum)

Gli esperti sapevano che il quadro era stato venduto al re di Francia da Leonardo da Vinci. Per D’Annunzio era soprattutto il desiderio di giocare una carta pubblicitaria che gli agevolasse il rientro in Italia, da cui era fuggito per sottrarsi ai creditori



Una domanda quasi obbligata è riferita al record di vendite del romanzo Il Codice da Vinci di Dan Brown -con il suo stuolo di inchieste/saggi e interpretazioni/rivelazioni- e all’imminente uscita del film tratto dall’opera… secondo lei è stata determinante la capacità dell’autore di riuscire a presentare in maniera convincente una connessione tra misteri “dell’arte/della storia” e misteri “della religione” di cui poche volte è stata studiata o anche solo ipotizzata l’esistenza e/o la validità?

Nel nostro tempo in cui la fede tende ad assottigliarsi sempre più, diventa fondamentale l’ambiguità, e cioè l’idea che dietro una realtà se ne nasconda un’altra, magari addirittura la sfuggente Verità. Sappiamo tutti che il Mistero è l’ultima traccia della divinità e Dan Brown ha saputo, con un ritmo narrativo alla Dumas, fondere il mistero della Gioconda con quello del cristianesimo. Ha dato un senso, rilanciando il ruolo della Maddalena, all’ascesa della donna e all’incertezza dell’identità maschile nella società attuale. Ha legato l’enigma del passato, la Gioconda, con quello eterno, la religione. Ogni parto avviene nel sangue e Dan Brown non ha risparmiato in effetti speciali. Col risultato che il mito leonardesco più forte, la Gioconda, ha vinto quello dell’ Ultima cena. E possiamo essere certi che non sarà l’ultimo mistero della Gioconda



La Chiesa ha mosso alcune critiche al film (così come a tanti altri film che hanno trattato certi argomenti in maniera “forte” (ad es. L’ultima tentazione di Cristo o La passione di Cristo), ma come se niente fosse la Sony ha già programmato di sfruttare proprio le agenzie specializzate in marketing religioso per la promozione del film, e anche i cattolici praticanti non nascondono ormai più loro attenzione nei confronti degli argomenti/delle tesi “sovversivi”… sarà sempre più difficile ribadire i limiti da non superare in merito agli argomenti religiosi?

Non so se le accuse di Brown sia vere o no, in ogni caso l’idea del grande complotto piace sempre








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