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Luciano Clerico
Barack Obama - Come e perché l'America ha scelto un nero alla Casa Bianca
Casa editrice Dedalo




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Il libro non è solo una fotografia delle elezioni americane più importanti degli ultimi quarant’anni. È anche, attraverso la cronaca di un processo elettorale durato venti mesi, una testimonianza in presa diretta delle dinamiche profonde che hanno trasformato una parola, hope, speranza, in un dato politico di proporzioni epocali. L’affermazione di Barack Obama è senz’altro dovuta al suo straordinario talento personale. Ma l’America l’ha fortemente voluta perché ne aveva bisogno. Aveva bisogno di chiudere, dopo trent’anni, il ciclo liberista aperto da Ronald Reagan per aprirne uno nuovo, più aderente a quel dream che l’ha generata e che, nonostante tutto, continua ad essere il tratto distintivo della sua stessa identità. Perché gli americani, tendenzialmente conservatori, hanno scelto di cambiare così radicalmente direzione? Per quale ragione un Paese ancora così profondamente razzista è riuscito ad im­medesimarsi in un nero, che per di più ha come secondo no­me Hussein? Perché è successo oggi? Dalla contestualizzazione precisa dei discorsi e dei candidati, emerge l’America del cambiamento e le ragioni storiche che l’hanno determinato, a partire dal Discorso sul razzismo pronunciato da Obama a Filadelfia, degno della più alta tradizione politica dei grandi d’America, da Abramo Lincoln, a Franklin Delano Roosevelt. Parte da lì il nuovo ciclo americano, il New Deal di Barack Obama. Destinato a irradiarsi nel mondo

Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Torino, con una tesi sulla Terza Pagina dei quotidiani, Luciano Clerico vive a Washington dove, dal 2007, è corrispondente dagli Stati Uniti per l’Agenzia Ansa. Nel 2001, proprio come giornalista dell’Ansa, ha vinto il Premio Ischia di Giornalismo. Questo è il suo secondo libro dopo Dovere di cronaca. La festa e la morte al G8 di Genova





INTERVISTA A LUCIANO CLERICO, DOMENICA 8 NOVEMBRE 2009 (a cura di Luca Balduzzi)



Ad un anno di distanza dalla sua trionfale elezione a 44° Presidente degli Stati Uniti d’America, la popolarità di Barack Obama ha subito uno scossone molto profondo. Di sicuro, le aspettative sia americane che internazionali nei suoi confronti erano pesanti...

Il fenomeno Obama non va seguito secondo i tempi televisivi e un po’ isterici della comunicazione oggi. Il fenomeno Obama è molto più politico di quanto i tg lascino intendere. Lui ha scelto –volutamente– di perdere consenso perché sapeva benissimo che i temi più scomodi della sua agenda, come per esempio la riforma sanitaria,, o li affrontava adesso o non li affrontava più. Sa che la riforma è passaggio cruciale e sa che l’America più corporativa non la vuole. Però è convinto che l’America ne abbia bisogno, la ritiene una conquista di civiltà e per questo è disposto a mettere in gioco addirittura la sua rielezione. O adesso o mai più. L’ha promessa sul letto di morte a Ted Kennedy ed intende mantenere la parola, a costo di non essere rieletto. Ma sa anche che i tempi del consenso sono mutevoli. Per i meccanismi dell’informazione seguono curve e dinamiche indipendenti dalla politica, sono legati piuttosto alle logiche dello spettacolo. E di certo parlare di riforma non è elemento spettacolare, dunque il consenso cala. Ma l’aveva messo nel conto



Una fra le accuse rivolte a Barack Obama, e forse quella che potrebbe riassumerle tutte, è quella di essere un presidente maggiormente interessato a coltivare la sua immagine di superuomo in giro per mondo, mentre in America temporeggia e lascia che si accumulino i problemi non risolti…

Non sono d’accordo, è semmai il sistema dei media che si è approfittato del personaggio Obama per fare ascolti. Del resto non potrebbe esserci “personaggio” più televisivo, sia per questioni biografiche, sia per questioni estetiche: è giovane, è nero, è preparato, è contestato, è popolare. Sono tutti ingredienti capaci di trasformarlo in “personaggio”. Ma non è lui a coltivare la sua immagine, è il sistema a trasformarlo di volta in volta in “Commander in Chief”, in buon padre di famiglia, in “profeta nero”, in “socialista sovversivo”, in giocatore di basket o di golf ecc. Sono tutte iperboli legate al modo di fare informazione oggi



Sul versante internazionale Barack Obama ha comunque seminato qualche cosa: dai nuovi approcci con la Cina e con la Russia al tentativo di dialogare con l'Iran, all'impegno per i negoziati fra israeliani e palestinesi…

Direi che definire "qualcosa" la politica estera avviata da Obama è assolutamente riduttivo. Obama ha aperto una nuova fase nella storia delle politica internazionale, e lo ha fatto sulla base di due parole quasi dimenticate: responsabilità e dialogo. Combinate insieme possono produrre una rivoluzione. Responsabilità significa multilateralismo, ogni Paese è responsabile di ciò che succede nel mondo oggi, dalla crisi finanziaria al terrorismo al clima, e deve dunque assumersi le sue responsabilità. Dialogo, invece, può potenzialmente significare pace: tra Iran e Occidente, tra Palestinesi e Israeliani, tra mondo arabo e mondo occidentale. Non so dire se esistano le condizioni affinché tutto ciò si trasformi in realtà, ma la spinta che Obama ha dato al dialogo è molto più di “qualcosa”. Non a caso gli hanno dato il Nodel...



Anche una decisione coraggiosa come quella di investire gran parte del credito conquistato con la sua elezione a Presidente in una battaglia per una riforma della sanità sembra essersi stagnata, con la maggioranza divisa al suo interno e il voto da parte del Congresso che rischia di essere posticipato a febbraio…

Le cose non stanno così: Obama ha incassato una vittoria politica storica con il primo sì della Camera sulla riforma, e per i meccanismi istituzionali interni al Congresso si è messo un moto un processo che porterà senz’altro anche al sì del Senato. Significa che la riforma sanitaria sarà legge entro l’anno. Per l’America si tratta in primo luogo di una rivoluzione culturale, oltre che politica,. Ma, se guardiamo alla riforma con occhi europei, dobbiamo ammettere che la riforma introduce un concetto tutt’altro che rivoluzionario, anzi, l’Europa lo da come acquisito da decenni: in una società civile degna di tal nome un’assistenza sanitaria per tutti è un dovere morale…



Una riforma sanitaria di questo genere è possibile? E un successo in questo campo potrebbe contribuire a ridare slancio a tutti gli altri impegni in agenda rimasti in stallo?

La riforma sanitaria è la priorità dell’agenda Obama tra i temi di politica interna. Ma non avrà influenza sulla politica estera proprio perchè sono due piani separati. Non credo che tradurre in legge la riforma possa avere influenza alcuna sulla decisione di mandare o meno più soldati in Afghanistan



Il conferimento del Premio Nobel per la Pace ha avuto l’effetto di rafforzare le accuse rivolte a Barack Obama…

E’ vero, ha dato argomento ai critici di rendere ancora più accese le loro accuse, e nello stesso tempo ha spiazzato la Casa Bianca, che proprio non se l’aspettava. Nel Nobel per la Pace c’è una contraddizione evidente: come può essere un esempio di pace un presidente che continua a fare la guerra? Ma, malignamente, io credo che siano i promotori del Nobel ad essersi approfittati della visibilità del “personaggio” Obama per fare a loro volta un po’ di spettacolo, e tornare così ad essere molto “visibili”



Le elezioni di martedì, che hanno rinnovato i Sindaci di grandi città come Atlanta, Boston, Houston e New York ed i governatori del New Jersey e della Virginia, hanno dimostrato una forte delusione da parte dei cosiddetti “indipendenti” che si erano schierati in massa dalla parte di Barack Obama in occasione delle presidenziali…

E’ vero. Ma è vero anche che la riforma della sanità nel frattempo ha ottenuto il sì della Camera. Perdere in new Jersey e in Virginia era il prezzo da pagare…



Quale scenario politico si potrebbe trovare davanti Barack Obama l’anno prossimo in occasione delle elezioni di medio termine quando l’intera Camera e un terzo del Senato verranno rinnovati?

Nessuno ha la sfera di cristallo, ma provo a tracciarne uno: i repubblicani otterranno un buon risultato sul piano elettorale, dopo di che continueranno a cercare un leader per le presidenziali, che al momento proprio non hanno, e torneranno a litigare. Quanto ai democratici, certamente pagheranno il sì alla riforma sanitaria, che va ad intaccare interessi corporativi profondi. Il consenso al Presidente, invece, sarà molto legato all’andamento della guerra in Afghanistan e alle difficilissime decisione che è chiamato a prendere entro la fine di quest’anno








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