INERVISTA A GUIA CROCE, LUNEDI’ 8 DICEMBRE 2008 (a cura di Luca Balduzzi)
Quando ha cominciato ad andare a nanna dopo Carosello?
Verso i 3 anni, quindi nel 1962. Con mia sorella Sabina
Quali sono le pubblicità, vuoi per un jingle, per un personaggio o per un testimonial, che le sono rimaste più a cuore?
Io ho una percezione doppia di Carosello, quindi preferenze doppie. Quella di bambina, e quella di adulta che da tanti si occupa di Carosello
Da bambina andavo pazza per tutti i caroselli a cartoni animati, praticamente l’unica offerta di cartoons della tv di allora: Toto e Tata e i loro litigi, l’Omino coi baffi e il suo umorismo surreale, Billo e Tappo e i loro amici animali , la Linea così essenziale e non-sense, il Gigante buono e le sue soluzioni ai problemi così pragmatiche, il mondo sferico di Papalla. Mi faceva un po’ soffrire Calimero puntualmente vittima di discriminazione. Mi piaceva anche la plastilina animata della Fernet Branca, mi ipnotizzava questa forma di comunicazione che percepivo così inventiva e vicina all’arte. E ancora Salomone pirata pacioccone, o Cocco Bill… praticamente tutti, la lista sarebbe infinita. Mi era antipatica Olivella,un po’ troppo “prima della classe”
Per le frasi a tormentone: il Merendero (Miguel son mi!), Lancillotto (Come mai non siamo in otto?) , le geniali avventure in rima di Ringo, Topo Gigio e il suo “Ma cosa mi dici mai!” L’effetto tormentone è sempre stato efficace. I jingle indimenticabili sono tanti, ma difficili da riprodurre su carta
In quanto ai testimonial i miei preferiti erano: Rita Pavone della quale ero una piccola fan e Lia Zoppelli e Enrico Viarisio con i loro litigi in rima per l’Alemagna, l’Ispettore Rock e i primi gialli della mia vita. Aldo Fabrizi e il suo doppio-moglie. Zoddo (Tieri) e la sua partner (Ninchi)… ma il mio eroe in assoluto era Ercolino\Paolo Panelli e i suoi sogni di gloria
Da adulta, rivedendo Carosello ho apprezzato anche altre serie, per l’inventiva, la creatività sfrenata, la cultura che traspariva fra le righe, e anche una buona dose di autoironia, assente nella pubblicità di oggi
Che cosa ha permesso a Carosello di diventare un fenomeno televisivo di massa, oltre che di costume e di comunicazione?
Le ragioni sono innumerevoli. I caroselli, innanzitutto, erano di impostazione comica, almeno nei primi dieci anni, poi iniziarono lentamente il condizionamento strisciante sul modello americano. Quando la tv di stato creò il suo primo spazio pubblicitario, in maniera quasi pudica, stabilì che ogni carosello doveva durare due minuti e mezzo, due di puro spettacolo e mezzo dedicato alla pubblicizzazione del prodotto. Quindi erano piccoli spettacoli offerti al pubblico. L’identificazione nei testimonial era più facile, sia da parte delle donne che degli uomini. Niente Naomi Campbell, semmai molta Ave Ninchi. Senza contare che era l’unico spazio pubblicitario dell’intero palinsesto. Ben identificabile con sigla di apertura e chiusura, e nessuna interruzione durante gli altri spettacoli. Non ultima la regola che ogni episodio di una serie pubblicitaria doveva essere diverso. Una ricchezza e varietà del divertimento per i spettatori. Ora si viene torturati dalla stessa pubblicità per mesi, a volte anni
Come hanno reagito gli ideatori di Carosello di fronte a questo successo, immagino inaspettato?
Quasi tutti con divertimento. Sono persone spiritose, molto attive creativamente tuttora, a volte soltanto un po’ stanchi e stupiti di questo continuo ripescaggio idolatrante di un fenomeno di cinquant’anni fa. Tutti molto divertenti da intervistare, per me è stato un piacere e un divertimento
Che cosa ha segnato la fine di Carosello? Che cosa è cambiato nel mondo della pubblicità da allora?
La fine di Carosello è stata scatenata da una serie di fattori, principalmente quello economico, come in tutte le cose. Poi la nostra progressiva aderenza, spesso ridicola, ad un modello americano. La consapevolezza crescente della forza persuasiva e condizionante del messaggio pubblicitario da parte del mercato. La moltiplicazione degli spazi pubblicitari nel palinsesto giornaliero da parte della televisione. La domanda crescente di spazi pubblicitari da parte degli inserzionisti. Il passaggio forzato da un modello “dilettantistico”e fortuito di pubblicità all’italiana al modello della pubblicità professionale, molto più redditizia, importato da altri paesi. La contrattura dei tempi pubblicitari e comunicativi. Le indagini di mercato, i sondaggi, il marketing, i manager, il brand e tutti i termini anglofoni del settore che ci possono venire in mente… in sintesi i tempi che sono cambiati e come sono cambiati
E’ ancora possibile, nella società moderna, concepire la pubblicità anche come intrattenimento/spettacolo e non solamente come un mezzo di istigazione al consumo?
A giudicare dalle ultime campagne pubblicitarie con testimonial che interpretano scenette comiche, direi di si. Guasta solo la ripetitività, che ai tempi di Carosello non esisteva. La migliore gag ripetuta duecento volte non fa ridere, esaspera. Se qualche azienda coraggiosa invece di affidarsi alle solite agenzie di chiara fama (e chiaro budget) si affidasse a giovani sconosciuti meno costosi ma sicuramente molto più entusiasti e creativi forse si potrebbe ripensare ad una rinascita di Carosello… ma credo rimarrà un sogno da anima bella